SmartArt N. 23 – la pittura nell’antica Roma-

Mostra collettiva le vertigini del tempo
4 Febbraio 2020
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SmartArt N. 23 – la pittura nell’antica Roma-

SmartArt N. 23 – la pittura nell’antica Roma-

Buongiorno a tutti. La nostra conoscenza della pittura romana dell’antichità, resta principalmente affidata al ricco tesoro delle pitture murali di Pompei Ercolano e Stabia, riferibili ad un periodo storico compreso tra il 100 A.C. al 79 D.C, anno dell’eruzione del Vesuvio. Le opere che ci sono pervenute non sono di particolare pregio artistico, essendo state realizzate presso centri di secondaria importanza, sicuramente a Roma, presso le dimore delle più importanti famiglie patrizie, avremmo probabilmente, potuto ammirare opere molto più prestigiose ed esteticamente valide, ma in ogni caso la moltitudine dei ritrovamenti ci permette di delineare qualche considerazione. La pittura, per i Romani, era decorazione, i cittadini più abbienti e le famiglie patrizie, usavano la pittura per decorare tutte le pareti delle loro stanze, i mosaici per i pavimenti e gli stucchi per i soffitti. In parte, tali dipinti sono riferibili ad una moda ellenistica, con riferimenti mitologici sia romani che greci. Una parte invece presenta una novità: la ricerca di una illusione prospettica e spaziale, tendente a creare profondità nelle scene rappresentate. Non si tratta naturalmente di una prospettiva di tipo rinascimentale, in quanto quest’ultima richiedeva conoscenze che ancora i Romani non avevano, però sufficiente ad ottenere risultati apprezzabili. Un’altra caratteristica romana è il cosiddetto stile “compendiario”, cioè un modo pittorico tendente a sfumare le figure in distanza, oppure investendole con tremuli e rapidi tocchi di luce, un impressionismo ante -litteram. E’ possibile che questo stile pittorico possa aver avuto origini ellenistiche, ma sicuramente fu perfezionato dai Romani. I generi dipinti sono molteplici, come accennato si passa dal dipinto mitologico a quello paesaggistico alla natura morta, al ritratto a quello della vita e dei mestieri delle persone comuni. Sono molti i dipinti rinvenuti che dimostrano un carattere popolaresco sul tipo “la bottega del fornaio” o “il viandante e la fattucchiera”, in quest’ultimo, in particolare, lo stile compendiario risulta evidente, rappresentazioni circensi e cosi’ via. Questi lavori, come anche le nature morte, eseguiti da artigiani più che artisti, sono stati per lungo periodo trascurati dagli storici, i quali preferivano studiare i dipinti migliori di derivazione ellenistica, a carattere mitologico che sicuramente furono eseguiti da mani più abili. Però, questi umili dipinti, al di fuori di tutte le regole, solo negli ultimissimi anni sono stati rivalutati, per la loro efficacia espressiva, per la libertà esecutiva e per quello stile compendiario che spesso è stato confuso con scarsa abilità pittorica. Un tipo di stile, quello compendiario, che a partire dal IV° secolo verrà adottato anche nelle prime pitture cristiane, in un periodo in cui arte paleocristiana ed arte romana tenderanno a fondersi. Molti di questi dipinti, sono particolarmente colorati, però quei colori che vediamo oggi non sono quelli che vedevano gli antichi Romani. Sappiamo dai trattati di Vitruvio, che i Romani utilizzavano 16 colori, che ottenevano da pigmenti di origine vegetale e minerale ed alcuni dalla mescolanza con altre sostanze. Alcuni colori erano costosissimi, in quanto di laboriosa e complicata fabbricazione ed erano ricavati da minerali o vegetali spesso provenienti dall’Egitto o dall’Asia Minore. Uno dei colori più caratteristici è il “Rosso Pompeiano”, nome che e’ stato assegnato dagli storici ad una particolare tonalità di rosso riscontrabile solo nei dipinti rinvenuti nell’area vesuviana. Tale colore, in origine, potrebbe non essere stato un rosso, ma un blu, alterato dal tempo e dagli ossidi di ferro rinvenuti nella composizione. Da citazioni di Plinio il Vecchio, alle quali fino ad epoca recente non era stato dato particolare peso, si scopre che nell’area nel golfo di Napoli si faceva grandissimo uso del ceruleo, in altri casi detto” blu egizio”. Il calore dell’eruzione del 79 ed il tempo potrebbero aver alterato i colori di dipinti e mosaici restituendoci opere che, anche se completamente differenti in quanto a colori, mantengono inalterato il loro fascino e mistero. La prossima settimana ci occuperemo della scultura. Un caro saluto a tutti, Alfredo

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