SMARTART N. 62 – MICHELANGELO – la Pietà

SMARTART N. 62  – MICHELANGELO – la Pietà

Se Leonardo è considerato il simbolo dell’artista scienziato, costantemente rivolto allo studio ed alla comprensione della realtà naturale come essa si mostra ai nostri occhi, Michelangelo Buonarroti (1475-1564) più giovane di ventitre anni, è invece

l’artista che cerca di affermare la propria autonomia creativa e che pone al centro della propria arte l’uomo, con i suoi pensieri e le sue passioni espresse attraverso un’interpretazione tormentata della figura umana. Vasari considerò la sua arte il vertice della Maniera moderna, superiore perfino agli antichi e irraggiungibile per qualsiasi altro contemporaneo.  Artista solitario, scontroso, iracondo (famosi i suoi eccessi d’ira che lo portarono più di una volta a distruggere le proprie opere), non si circondò mai di una vera e propria bottega, a differenza di Raffaello, che mise in piedi una fabbrica di aiutanti, Michelangelo concepiva l’arte come espressione di una forza creatrice individuale, che proviene dal profondo dell’anima e quasi in modo sovrannaturale si impossessa dell’artista (fu il primo a sostenere che dipingeva e scolpiva con il cervello e non con le mani). La vera ispirazione, per lui, non derivava, a differenza di Leonardo, dal mondo materiale, bensì da quello interiore, dove, secondo il neoplatonismo, aveva sede la vera bellezza. La sua grande fede religiosa, intensa e tormentata, lo portò negli anni della maturità, ad un profondo pessimismo ed alla convinzione che la missione di ogni uomo fosse il raggiungimento della salvezza dell’anima nella vita eterna, attraverso un durissimo percorso terreno colmo di insidie.

Tutta la sua arte parte dallo studio profondo dei modelli classici e dopo averne assimilato le caratteristiche, integra le sue conoscenze sezionando cadaveri, esattamente come faceva Leonardo, per poter comprendere a fondo l’anatomia umana. Per lui, la scultura e’ l’arte per eccellenza, la più vicina a Dio, la più nobile e spirituale, in quanto, come dirà lui stesso, non si fa come la pittura ponendo materia (i colori), ma levando materia, liberando cioè quello che nel disegno divino già esiste imprigionato dalla materia superflua che l’artista deve sapientemente togliere.

Una delle sue sculture giovanili, che e’ anche una delle più famose, è la Pietà conservata in San Pietro a Città del Vaticano, eseguita all’età di 23 anni; e’ anche l’unica sua opera firmata, la scritta “Michaelangelus Buonarrotus Florentinus Faciebat” fu apposta dall’artista sul nastro che cinge il busto di Maria, qualche tempo dopo aver portato a termine l’opera, per tacitare voci ricorrenti che la attribuivano ad un artista maturo piuttosto che ad un giovane imberbe quale egli era.

Il soggetto, e’ assolutamente una novità in Italia, è in marmo bianco di Carrara e segue una struttura piramidale; la Madonna che regge il corpo del Cristo morto e’ tipica del nord Europa, dove spesso e’ realizzata con effetti estetici ed artistici alquanto discutibili, poichè è molto difficile rendere equilibrata una tale rappresentazione. Michelangelo invece riesce in maniera straordinaria nell’impresa e crea uno dei capolavori assoluti della storia dell’umanità. L’opera risulta dettagliatissima sia nei particolari anatomici che nelle proporzioni, ma non risponde ad un realismo di tipo leonardesco, in quanto la Madonna appare raffigurata giovanissima, rispetto all’eta’ che avrebbe dovuto mostrare al tempo dell’evento rappresentato. E’ evidente che Michelangelo ha voluto, non solo in questa scultura, ma anche in tutte le altre da lui concepite, esprimere concetti, idee da interpretare: forse ha voluto significare un tempo passato, in cui la Vergine, giovanissima, era già

consapevole della missione alla quale era destinata e quindi l’opera va ascritta ad una visione del proprio futuro, ad una previsione; non appare disperata, ma molto discreta e pacata, rassegnata al proprio consapevole destino. La sua mano sinistra è aperta e rivolta verso lo spettatore, a significare che tutto si è compiuto e nulla più è in suo potere. La levigatezza e la lucidità del marmo, la luce che diffonde la perfezione assoluta di quest’opera rappresentano la purezza, la santità e l’incorruttibilità. Questa scultura, come tutti i lavori di Michelangelo, ci porta contemporaneamente ad un tempo passato ed ad uno futuro, ad un tempo eterno, ma mai al presente; questa e’ una delle grandi differenze rispetto a Leonardo, la cui arte vive esclusivamente nel momento della rappresentazione del fenomeno, cioe’ nel presente. Quest’opera e’ stata studiata da eserciti di artisti, i più ne hanno tratto spunto ed i più grandi ne hanno saputo trarre insegnamenti per altri capolavori: il braccio esanime e disarticolato di Cristo ispirò Caravaggio in numerosi dipinti, Jaques Louis David nell’ Uccisione di Marat, e Theodore Gericault nella Zattera della Medusa.

Nel prossimo appuntamento analizzeremo un’altra opera di importanza fondamentale di Michelangelo, il David, per molti versi accostabile alla Pietà ed ascrivibile al “troppo finito” in contrapposizione ad altre opere che costituiscono il famoso “non finito” di Michelangelo, di cui parleremo sempre nel prossimo appuntamento.

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